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Per un movimento anticapitalista

Proposta di discussione: Per la costruzione di Un Movimento che metta al primo posto la contraddizione tra il Basso e l’Alto della società. Per un movimento anticapitalista che voglia lottare per liberare l’uomo dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dall’alienazione.

 

Siamo dinanzi ad una contraddizione determinante rispetto alle modalità di una ri-definizione della posizione anticapitalista.

La constatazione che una ristretta oligarchia finanziaria, sempre più ricca per effetto delle leggi del capitalismo, governa il mondo e riduce i diritti e la ricchezza di interi popoli, ci deve convincere che la pincipale contraddizione del nostro tempo è tra chi sta in Basso e chi sta in Alto.

La contraddizione tra oppressi e dominati, ancorché formalmente “liberi” (in apparenza), e gli oppressori e dominanti ( in realtà) è oggi sapientemente occultata, ma non per questo meno virulenta.

Nella costruzione di un forte movimento anticapitalista siamo all’anno zero, o forse nemmeno a quel punto.

Abbiamo un panorama di forze che tentano di dare delle risposte, più o meno valide, dinanzi alla devastante opera che la globalizzazione finanziaria e la subordinazione della politica rispetto all’economia hanno prodotto. Ma le risposte che si sono messe in campo si muovono nell’alveo di un riformismo del capitalismo senza metterne in discussione i fondamenti.

 

Può la chiamata a Sinistra risultare efficace per risolvere tale contraddizione? J-C. Michéa risponde negativamente sostenendo che il termine non ha più una capacità di mobilitazione anche per le sue ambiguità derivanti dal suo percorso storico.

 

Al tempo del suo sorgere (la Rivoluzione francese) aveva un senso richiamarsi alla “sinistra”, ma già con la caduta prematura di Robespierre tale termine ha cambiato di molto il suo segno.

Le forze del movimento operaio che si muovevano al tempo di Marx non si definivano di “sinistra” ma, orgogliosamente socialisti o comunisti.

Mentre la sinistra li combatteva aspramente.

Dunque oggi il termine non riesce a soddisfare la condizione di un denominatore comune con caratteristiche univoche.

Inoltre, l’autentico anticapitalismo può essere coniugato con la “sinistra”?

La risposta è negativa: i partiti che si ispirano alla sinistra sono spesso il maggior gendarme della “modernità”, della competitività, del “diritto astratto” assoluto (ab solutus; cioè sciolto da ogni legame sociale reale comunitario).

Inoltre richiamarsi alla sinistra finisce per alienarsi la comprensione, le simpatie della gente comune ( che troppo spesso, in modo sbrigativo, viene etichettata di destra senza il minimo sforzo di comprenderne le ragioni).

D’altro canto fa fatica ad affermarsi una posizione che rinunci senza patemi, all’etichettamento tanto comodo e rassicurante.

Soprattutto, negli ambienti della sinistra-sinistra guai a rinunciare all’etichetta.

 

Si parla di ridefinire il campo della sinistra – autonoma, riformista, progressista, radicale, antagonista, ecc…) senza avere il coraggio e la capacità intellettuale di una feroce autocritica che azzeri le stratificazioni di un secolo di etichette.

Siamo ben piantati dentro lo sviluppo caotico del capitalismo e a nulla servono le ricette miracolistiche di una sua immediata e deterministica “caduta”; così come non serve il tentativo di definire una inesistente ( e fallimentare proprio perché illusoria) terza via tanto cara a Blair ma anche ai nostrani leader della sinistra cosiddetta riformista).

 

Perciò i tentativi di rifondare una sinistra (comunista, riformista, socialista, radicale) erano e sono destinati al fallimento nella misura in cui sono frutto di un’analisi nella migliore delle ipotesi militante, ossia autoreferenziale; e in ogni caso si tratta di tentativi ancora inseriti nella tradizione novecentesca con tutti i suoi dogmi.

 

Inoltre chi ha propugnato idee rifondative fin’ora ha utilizzato categorie dicotomiche destra/sinistra, spesso incomprensibili per le larghe masse.

 

Se analizziamo la situazione di questa fase epocale, che per molti versi rappresenta un periodo di transizione, dal Capitalismo conosciuto fino a tutto il ‘900, al nuovo modello socioeconomico fatto di dittatura spietata di un credo unico verso una “religione unica” di mercato, possiamo definire alcuni elementi caratterizzanti che sono:

  1. l’espansione globale dei mercati e dei consumi su scala inusitata

  2. distruzione dei legami identitari dei popoli

  3. atomizzazione individualistica dei rapporti sociali e dei rapporti di produzione

  4. concorrenza e competitività progressivamente esasperate tra continenti, nazioni, regioni, individui nell’intento di massimizzare i profitti

  5. i profitti e le ricchezze mondiali sono sempre più concentrati in cerchie ristrette di possessori (poche famiglie detengono la metà della ricchezza planetaria e, all’interno di ciascuna nazione sono sempre ristrettissime oligarchie a detenere la ricchezza prodotta)

  6. il Capitalismo si circonda nella sua fortezza evanescente di una pletora di lacché prezzolati che possono, di volta in volta, cambiare sembianza: ora sono piccoli Amministratori Delegati che gestiscono per conto terzi immensi patrimoni; ora sono apparati giornalistici che propagandano il verbo capitalista interpretato come l’unico orizzonte possibile e Discorso Unico derivante dal Pensiero Unico che proclama la fine della storia!; ora assume le sembianze di uno stuolo di politicanti e di “intellettuali” pronti a sollevarsi come “un sol Uomo” contro chiunque si opponga allo scenario presente.

  7. I bisogni indotti crescono costantemente alimentati da “desideri illimitati” creati ad arte per appagare la “belva”, il mercato, ovvero per gonfiare, senza sosta, la fame di profitti. Sempre nuove merci-catene sorgono per proporre nuovi desideri-che-compulsivamente devono essere soddisfatti per appagare la “belva”.

  8. La sottomissione al Capitalismo produce l’uomo alienato, consumatore compulsivo (anche suo malgrado), precarizzato, atomizzato, infelice e nichilista. Che sacrifica la sua vita al profitto e si prostra dinanzi all’altare del “mercato” proponendo se stesso come vittima designata.

  9. Di pari passo il consumo planetario (fatto di estrazione selvaggia di risorse e di sovrapproduzione di merci) devasta ciò che la Natura ha plasmato in miliardi di anni.

    Le conseguenze sono tali da compromettere la sopravvivenza stessa della specie umana e della varietà vegetale ed animale. Ma l’eredità negativa del positivismo fa illudere l’uomo che la potenza della Tecnica tutto possa comunque risolvere e che la specie possa “salvarsi” anche in presenza di gravi ed irreversibili guasti agli ecosistemi del Pianeta. Come non è dato saperlo, ma, fideisticamente è facile illudersi: qualche provvidenza scientista o divina interverrà sicuramente!

 

Poste queste considerazioni preliminari occorre richiamare l’attenzione su una totale rideclinazione dell’Anticapitalismo, costruendo una solida base teorico-pratica che stia a fondamento di un nuovo movimento di critica del reale.

Su quali basi?

  1. BASE. Innanzitutto occorre scardinare la convinzione radicata di una presunta immutabilità ed insuperabilità del Capitalismo, senza cadere nella sciocca e deterministica pretesa di una messianica caduta. Certo le condizioni del superamento sono intrinseche al sistema (si scava la fossa da sé), ma non sono prevedibili, né date verso un crollo definitivo. Tuttavia è importante avversare l’idea che una certa “intellettualità interessata” propugna senza sosta sull’immarcescibilità del Sistema.

     

  2. BASE. È necessario ribadire che la contraddizione fondamentale è tra ALTO e BASSO, cioè tra coloro che nella moderna società oligocapitalista occupano una posizione dominante e chi vive di precarizzazione e di vendita (più o meno occasionale non è rilevante) della propria forza-lavoro. Occorre considerare che le masse che votano a destra spesso vivono le stesse condizioni di quelle che votano a sinistra, perciò risulta stucchevole etichettare i primi come da respingere, considerandoli minus habens, per rivolgersi solo ai secondi. In questa fase sembra che molti penultimi” (masse precarie e proletarie, piccolo borghesi immiseriti) siano attratti da parole d’ordine ed iniziative che provengono dai partiti e movimenti cosiddetti “populisti” e “sovranisti”. E risultano piuttosto refrattari alle sirene (media, giornali, intellettuali) legate a doppio filo alle élites.

    Come si spiega che gli strati operai e precari preferiscano queste formazioni, piuttosto che le “classiche” forze della sinistra storica o della sinistra-sinistra?

  • A) LA SINISTRA E LE FORMAZIONI EREDI STORICHE DEL ‘900 si sono trasformate, nell’epoca del turbo imperialismo finanziario, e hanno sposato l’idea dell’insuperabilità del Sistema. Per via di tale deriva formata dialetticamente da questi elementi: fase entusiastico-fanatica di imminente rovesciamento del Mondo; fase del disincanto e della deludente frustrazione; fase del passaggio rassegnato o entusiasta allineamento all’esistente (Il Capitalismo come sistema insuperabile e fine della Storia). Così molti nostri ex sessantottini sono diventati i migliori corifei del Capitalismo e dei “suoi vantaggi”. Il pentito sessantottino è il peggior nemico della classe lavoratrice perché si finge “amico dei lavoratori”, mentre li tradisce senza scrupoli e cerca pure di “convincerli” a rendere omaggio ai Signori del Mondo.

    Questa sinistra si è accomodata al tavolo imbandito del Capitalismo selvaggio e, quando le è stato concesso, ha avidamente leccato le briciole che i “Suoi Signori” le hanno gettato sotto il tavolo. I vari rappresentanti degli studenti e degli operai si sono adattati perfettamente al Sistema al punto da coglierne i privilegi (anche piccoli), le guarentigie, come i vassalli e i valvassori, spesso anche come i mercenari al servizio.

  • B) Autoproclamatisi gendarmi del capitalismo, ne hanno applicato le spietate leggi con solerzia senza pari. I governi di matrice di “sinistra” hanno messo in atto ciò che persino i governi di destra non hanno osato fare, se non in periodi di dittatura militare. Ciò ha dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, che la dittatura democratica, non ha bisogno dei manganelli per massacrare efficacemente i lavoratori e i loro diritti. Questo dovrebbe far riflettere tutti gli animosi “antifascisti” pronti allo scontro fisico per difendere qualche diritto, contro questa o quella formazione di destra, ma penosamente assenti nel lottare per le ragioni di un ANTICAPITALISMO coerente, contro i veri dominanti.

  • C) Inoltre la visione atomistica della società ha reso i governi della “sinistra” cinici e ottusamente risoluti nell’applicazione draconiana delle ricette “lacrime e sangue” tanto care alle leadership finanziarie: perché stupirsi, allora, se le masse lavoratrici hanno iniziato ad abbandonare in massa i partiti della cosiddetta sinistra?

 

  1. BASE. La radicalità, l’indipendenza delle organizzazioni del movimento operaio al tempo di Marx (che non solo NON si definivano di Sinistra, ma che combattevano con la stessa forza tanto la destra storica, quanto la sinistra), facevano sì che non si sottomettessero al comando del Capitale e pertanto potevano criticare tanto la destra che la sinistra senza scrupolo alcuno, cosa oggi assai problematica.

     

  2. BASE. La critica anticapitalista deve contemporaneamente e dialetticamente oscillare dal piano teorico – la filosofia dell’anticapitalismo; al piano pratico – l’organizzazione politica anticapitalista - che deve essere compresa e, quindi, rendersi comprensibile alle larghe masse popolari (non importa se l’etichettamento stucchevole e infantile le “fotografa” a destra o a sinistra). Se un crescente movimento di critica del presente riuscirà a saldare intelligenze e pratiche di massa, allora, e solo allora, potrà sorgere un nuovo aggregato politico che potrà far risorgere quelle istanze originarie che oltre un secolo e mezzo fa hanno permesso un assalto al cielo, di cui oggi non resta purtroppo che qualche memoria.

     

     

    La costruzione di una solida base anticapitalista passa attraverso lo “sgombero” delle macerie degli “ismi” che hanno infestato l’ultimo scorcio del ‘900. La critica dell’attuale sistema di capitalismo finanziario che riduce sia la produzione di merci, che l’ambiente, gli uomini, le nazioni, fino ai più intimi rapporti sociali, all’unico valore accettato e consentito: il valore di scambio che tutto riduce e sussume, deve svilupparsi a partire da questa contraddizione fondamentale per poterla dialetticamente negare.

     

    Contemporaneamente, ogni elaborazione critica dovrà evitare di cadere nel relativismo, nell’utopismo (*), nella pretesa scientista di preannunciare il “sol dell’avvenire”, tentativo che ha già rivelato le sue profonde insufficienze.

    (*) differente dall’Utopia, sana e creativa proiezione che motiva a nuove conquiste sociali poiché tende l’azione umana verso frontiere non scontate.

 

L’espressione di libera individualità dentro i valori della comunità orientata alla difesa e condivisione dei BENI COMUNI, dove il valore d’uso, al contrario del valore di scambio, diventa il denominatore di riferimento, è il vero antagonista del mondialismo globalizzante, della finanziarizzazione dell’economia e della produzione, subordinante la politica, della atomizzazione dei rapporti sociali.

L’ecologia di un comunitarismo dei BENI COMUNI, capace di coniugare al contempo, la difesa della Natura (nel rispetto dei suoi equilibri fondamentali e degli ecosistemi), la razionale produzione di valori d’uso, la libera manifestazione delle individualità, fondate sullo sviluppo universale degli individui (Marx), fuori dal quadro dell’individualismo egoico tipico del capitalismo, e inseriti in una cornice di valori sociali comunitari, possono costituire il tessuto comune per la critica dello stato di cose presenti.

Una ristrutturazione del pensiero è perciò necessaria per la fondazione di un movimento che non abbia la testa rivolta ad “un glorioso futuro dietro le spalle!”

 

Il Comunitarismo democratico che ispira Marx costituisce una critica radicale sia all’individualismo egoistico, sia al modo di produzione che lo genera:

Il senso dell’individualità libera (e liberata) si disvela non in una individualità separata, atomizzata, astratta e slegata dalla comunità in cui si manifesta, bensì proprio nella visione universalistica, solidaristica e cooperativa che era la stella polare del pensiero di Marx.

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