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L'economia politica e le politiche economiche

 

 

“Chiudete gli occhi e pensate in 30 secondi alle 3 cose che vorreste nella vita per la persona a cui volete più bene. Se avete pensato «diventare più ricco ogni giorno», il PIL è la misura fatta per voi. Purtroppo insegniamo questo nelle università. Se avete pensato invece «avere buona salute, un buon lavoro e buoni amici» avete in mente altre facce del benessere altrettanto importanti”.

Da come pensiamo le regole economiche derivano le scelte politiche.

Il FMI (il Fondo Monetario ) pensa ad esempio che i popoli possono essere affamati, ridotti in semischiavitù, dipendere totalmente dalle lobby finanziarie, e non contare nulla, pur di non disturbare l'andamento dei corsi azionari, delle copiose stock option che i CEO (i grandi manager) si auto attribuiscono anche a fronte di risultati scarsi o nulli.

Se si chiede a costoro chi giudica il loro operato rispondono con una ran faccia tosta: "il mercato, naturalmente!" (falsità spocchiosa!).  

Per rimettere le leggi dell'economia in mano ai popoli occorre, innanzitutto, liberarsi dall'ossessione del PIL.

Occorre stabilire quanto conta la salute di un lavoratore, la salute dell'ambiente che lo circonda, la quantità di ore lavorate, il concetto di lavoro come substrato per vivere ma non come fine esclusivo del vivere.

Lo stato come regolatore degli appetiti dei potenti e come distributore (equo  e compensativo) della ricchezza prodotta da una nazione.

Solo in questo modo è possibile riconciliare le leggi economiche con una vita più solidale, equa, armonica.

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